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Rimborso IVA non dovuta


Rimborso IVA non dovuta

L’art. 30-ter del D.P.R. n. 633/1972, introdotto dalla Legge europea 2017, disciplina il rimborso dell’IVA non dovuta, vale a dire indebitamente applicata in fattura dal fornitore per un’operazione detassata, ad esempio perché extraterritoriale o esente da imposta.

Mutuando la previsione contenuta nell’art. 21, comma 2, del DLgs. n. 546/1992, viene previsto che il soggetto passivo presenta la domanda di restituzione dell’imposta non dovuta, a pena di decadenza, entro il termine di due anni dal versamento della medesima ovvero, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto per la restituzione.

Risulta, pertanto, confermato l’orientamento della Suprema Corte in base al quale il rimborso dell’IVA non dovuta non è soggetto al termine di prescrizione decennale previsto dall’art. 2033 c.c.

Il novellato art. 30-ter prevede, inoltre, che nel caso di applicazione di un’imposta non dovuta ad una cessione di beni o ad una prestazione di servizi, accertata in via definitiva dall’Amministrazione finanziaria, la domanda di restituzione può essere presentata dal cedente o prestatore entro il termine di due anni dall’avvenuta restituzione al cessionario o committente dell’importo pagato a titolo di rivalsa.

Con questa specifica previsione si supera il conflitto temporale esistente tra i termini di rimborso previsti, rispettivamente, per il fornitore e il cliente, nel caso in cui quest’ultimo azioni l’azione di ripetizione nei confronti del fornitore al quale abbia corrisposto l’imposta a titolo di rivalsa. Una volta, infatti, decorso il termine biennale di decadenza previsto per il rimborso dell’IVA in capo al fornitore, il cliente è ancora legittimato a chiedere la restituzione dell’imposta nei suoi confronti avendo a disposizione dieci anni dal pagamento. La nuova norma, pertanto, intende evitare che il fornitore sia obbligato a restituire l’imposta al cliente senza poter più ottenere il rimborso dall’Amministrazione finanziaria.

Con una disposizione di chiusura, l’art. 30-ter del D.P.R. n. 633/1972 stabilisce che la restituzione dell’imposta al fornitore è esclusa qualora il versamento sia avvenuto in un contesto di frode fiscale.
Il cessionario/committente, al quale sia stata negata la detrazione dell’IVA erroneamente applicata dal cedente/prestatore, non può emettere nei suoi confronti una nota di addebito dell’imposta, in quanto il cedente/prestatore può recuperare l’imposta mediante istanza di rimborso ex art. 30-ter, comma 2, del D.P.R. n. 633/1972, da presentare entro il termine di due anni dalla restituzione al cessionario/committente dell’imposta indebitamente versata in via di rivalsa (risposta dell’Agenzia delle Entrate all’interpello n. 66, pubblicata il 12 novembre 2018).Per motivi di cautela fiscale e per evitare un indebito arricchimento del cedente/prestatore, il rimborso dell’IVA indebitamente versata è strettamente collegato alla restituzione al cessionario/committente di quanto erroneamente addebitato ed incassato a titolo di rivalsa.

Nel caso in esame, il cessionario/committente ha versato - a seguito di accertamento con adesione - l’IVA che aveva indebitamente detratto. Per l’effetto, il cedente/prestatore può, pertanto, presentare la domanda di restituzione, ai sensi dell’art. 30-ter del D.P.R. n. 633/1972, a decorrere dalla data di rimborso dell’IVA a suo tempo applicata, in via di rivalsa, al cliente, alla Direzione provinciale competente, in analogia con quanto previsto con riferimento ai rimborsi ex art. 21, comma 2, del DLgs. n. 546/1992.

La rivalsa a seguito di accertamento, di cui all’art. 60, comma 7, del D.P.R. n. 633/1972, è un istituto privatistico, essendo relativa non al rapporto tributario, ma ai rapporti interni fra i contribuenti. Ne consegue che nel caso di mancato pagamento dell’imposta da parte dell’acquirente del bene o del servizio l’unica possibilità che il fornitore ha per recuperare l’Iva versata all’Erario, ma non incassata, è quella di rivolgersi al giudice civile.

Nel caso oggetto della risposta all’interpello n. 84, pubblicato il 26 novembre 2018, l’Agenzia delle Entrate ha evidenziato che questa modalità non è più percorribile se la società cessionaria è stata cancellata dal Registro delle imprese e, quindi, si è definitivamente estinta. Il diritto di rivalsa, quindi, pur astrattamente riconosciuto, non è più giuridicamente esercitabile.

Stampato il 22/07/2019 alle 20.56
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