Guida adempimenti PMI


Le operazioni con l'estero


PARAGRAFO 1

Le operazioni con l'estero

I possessori di Partita IVA possono acquistare o vendere beni o servizi sia con Paesi appartenenti all’Unione Europea sia con Paesi extra UE. Le operazioni che si effettuano con l’estero sono particolari sia per quanto riguarda il regime IVA sia, in alcuni casi, per quanto riguarda il riconoscimento di deducibilità dei costi.

I possessori di Partita IVA possono effettuare operazioni internazionali, e cioè acquistare o vendere beni o servizi sia con Paesi appartenenti all’Unione Europea che con Paesi extra UE. Le operazioni che si effettuano con l’estero sono particolari sia per quanto riguarda il regime IVA sia, in alcuni casi, per quanto riguarda il riconoscimento di deducibilità dei costi. In linea generale si può sostenere che le cessioni di beni spediti o trasportati fuori dal territorio dello Stato e i servizi effettuati in ambito internazionale, sono non imponibili ai fini IVA in Italia, mentre l’introduzione a titolo di acquisto di beni nel territorio dello Stato costituisce un’operazione soggetta ad imposta in Italia.

La normativa italiana ha recepito le direttive comunitarie di armonizzazione delle operazioni tra i Paesi membri dell’Unione Europea; ha così emanato delle norme specifiche che regolano i rapporti economici con gli altri Stati membri.

In particolare, l’art. 27 D.L. 78/2010, in linea con le raccomandazioni espresse dalla Commissione europea in materia di contrasto alle frodi IVA, ha subordinato la possibilità di effettuare operazioni intracomunitarie alla preventiva autorizzazione da parte dell’Amministrazione finanziaria. E’ stato così previsto l’obbligatorio inserimento nell'archivio informatico dei soggetti autorizzati agli scambi Intracomunitari (il cosiddetto VIES - VAT Information Exchange System) così tutti i soggetti che operano in ambito comunitario potranno essere facilmente verificati dai committenti, attraverso la consultazione della banca dati VIES dal sito dell’Agenzia delle entrate, al fine di accertarne la soggettività passiva IVA e poter porre in essere operazioni Intra-Ue.

Al fine di garantire una maggiore conformità della disciplina IVA nazionale al dettato comunitario e nell’intento di rendere più celere la procedura d’iscrizione nell’archivio VIES, l’art. 22 del D.Lgs. 175/2014 ha disposto l’immediata inclusione nella banca dati delle partite IVA comunitarie, laddove il contribuente ne faccia richiesta.

I soggetti che intraprendono l'esercizio di un'impresa, arte o professione nel territorio dello Stato, devono ora, ai sensi dell’art. 35 D.P.R. n. 633 del 1972, nella dichiarazione di inizio attività ai fini IVA, indicare l’espressa volontà di porre in essere operazioni attive / passive in ambito comunitario. Tale volontà viene espressa compilando il campo "Operazioni Intracomunitarie" del Quadro I dei modelli AA7 (soggetti diversi dalle persone fisiche) o AA9 (imprese individuali e lavoratori autonomi). Vale come manifestazione di volontà di porre in essere operazioni intracomunitarie la selezione della casella "C" del Quadro A del modello AA7 da parte degli enti non commerciali non soggetti passivi d'imposta.

I soggetti già titolari di partita Iva, che non hanno richiesto l’inclusione nel Vies all’avvio dell’attività, possono farlo attraverso i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, direttamente (se in possesso delle credenziali di accesso ai servizi dell’Agenzia) o tramite intermediari incaricati. I soggetti incaricati della trasmissione telematica hanno l’obbligo di consegnare al dichiarante copia della ricevuta rilasciata dall’Agenzia.

Con le stesse modalità previste per l’inclusione nel Vies va comunicata, eventualmente, la volontà di essere cancellati dalla banca dati. Tale esclusione può avvenire anche d’Ufficio, previo invio di apposita comunicazione all’interessato, nel caso in cui il contribuente non abbia presentato alcun elenco riepilogativo delle operazioni intracomunitarie per quattro trimestri consecutivi.

Parlando di operazioni con l’estero è opportuno quindi distinguere tra:

  • operazioni intracomunitarie;
  • importazioni;
  • esportazioni.

 

 

 


PARAGRAFO 2

Le operazioni intracomunitarie

Particolare attenzione va posta alle operazioni intracomunitarie che possono interessare sia la movimentazione delle merci che le prestazioni di servizi effettuate in ambito comunitario

Particolare attenzione va posta alle operazioni intracomunitarie che possono interessare sia la movimentazione delle merci che le prestazioni di servizi effettuate in ambito comunitario .

Perché si possa parlare di operazioni intracomunitarie, relativamente alle merci, occorre essere in presenza dei  seguenti elementi:

  • soggettivo: i due operatori che intervengono nella transazione devono essere due soggetti identificati ai fini IVA in due territori comunitari (iscrizione nella banca dati Vies);
  • oggettivo: l’operazione deve comportare il passaggio della proprietà del bene dal cedente al cessionario, con trasferimento a titolo oneroso;
  • territoriale: la transazione deve comportare la movimentazione fisica dei beni da un territorio comunitario ad altro territorio intra-Ue.

Occorre prestare molta attenzione a quest’ultimo aspetto poiché, l’Amministrazione finanziaria si è espressa numerose volte circa l’obbligo di fornire, in caso di controllo, prova della consegna dei beni nel territorio del cliente UE; il documento ritenuto idoneo a dimostrare l’uscita del bene dal territorio italiano è il CMR, firmato per presa in carico dal corriere e controfirmato a destinazione dal cliente. E’ importante ricordare che, l’onere della prova dell’uscita dei beni dal territorio italiano grava sul cedente il quale, in caso di controllo e in assenza di documentazione probatoria, rischia il mancato riconoscimento della “non imponibilità” dell’operazione con relativo recupero dell’imposta.

In mancanza di uno dei presupposti sopra evidenziati, verrebbero a mancare le condizioni per applicare la non imponibilità dettata dall’art. 41 del DL 331/93, con conseguente applicazione dell'IVA nazionale.

Tali operazioni si considerano cessioni intracomunitarie di beni e pertanto, non imponibili in Italia ai sensi dell'art. 41 del DL 331/1993, quando:

  • sono compravendite a titolo oneroso e le merci vengono trasportate o spedite nel territorio di altro Stato membro dal cedente o dall’acquirente, o da terzi per loro conto;
  • trattasi di cessioni in base a cataloghi, per corrispondenza e simili, di beni diversi da quelli soggetti ad accisa, spediti o trasportati dal cedente o per suo conto nel territorio di altro Stato membro nei confronti di cessionari ivi non tenuti ad applicare l’imposta sugli acquisti intracomunitari, e che non hanno optato per l’applicazione della stessa;
  • sono cessioni, con spedizione o trasporto dal territorio dello Stato, in altro Stato membro di beni destinati ad essere ivi installati, montati o assiemati da parte del fornitore o per suo conto.

Chi ha effettuato un’operazione intracomunitaria non imponibile deve emettere una fattura senza imposta, con l’indicazione:

  • della dicitura "non imponibile" e l'eventuale annotazione della relativa norma comunitaria o nazionale;
  • del numero di identificazione IVA attribuito al committente UE;

Dal 01/01/2013, la fattura relativa alle cessioni intracomunitarie di beni, emessa ai sensi dell'art. 41 D.L. 331/93, deve essere emessa entro il giorno 15 del mese successivo a quello di effettuazione dell'operazione (art. 46, comma 2, D.L. 331/93) e andrà annotata distintamente nel registro delle fatture emesse con riferimento al mese di effettuazione dell'operazione (art. 47, comma 4, D.L. 331/93).

Si considerano invece acquisti intracomunitari di beni assoggettati al regime IVA italiano (imponibilità IVA, esenzione, ecc..), le operazioni che:

  • avvengono a titolo oneroso, tra un cedente soggetto passivo in altro Stato membro e un acquirente soggetto passivo in Italia (entrambi iscritti al Vies), con l'introduzione fisica dei beni nel territorio nazionale;

Pur in presenza dei presupposti su individuati non si può parlare di acquisti intracomunitari nei seguenti casi specifici:

  • introduzione di beni nel territorio dello Stato, in un deposito IVA;
  • introduzione nel territorio dello Stato di beni per lavorazione o riparazioni o manipolazioni usuali, nel caso in cui gli stessi al termine della lavorazione siano spediti fuori dal territorio in cui è avvenuta la lavorazione;
  • utilizzo temporaneo dei beni per l’esecuzione di prestazioni di servizi in Italia da parte dello stesso soggetto che li ha introdotti nel territorio dello stato;
  • acquisto di impianti o macchinari con installazione in Italia di beni da parte del fornitore o per suo conto;
  • l’introduzione nel territorio dello Stato di gas mediante sistemi di gas naturale o di energia;
  • acquisto di beni se il cedente beneficia nel proprio Stato dell’esonero quale piccola impresa.

Per gli acquisti intracomunitari imponibili in Italia e per le prestazioni di servizio ricevute, la relativa fattura senza imposta, emessa dal cedente o prestatore UE, deve essere numerata e integrata dal committente italiano, indicando gli elementi che concorrono a formare la base imponibile, nonché l’ammontare dell’imposta.

Le fatture emesse dal fornitore intra-Ue, ricevute dal cessionario residente senza aggravio d'imposta, devono essere numerate, integrate e annotate distintamente nel registro delle vendite e, contestualmente, nel registro degli acquisti, entro il giorno 15 del mese successivo a quello di ricezione, con riferimento al mese precedente (ai sensi degli artt. 46 e 47 del D.L. 331/93).

Con riferimento alle prestazioni di servizi la normativa italiana di recepimento della Direttiva Comunitaria 2008/8/CE ha chiarito, ai fini  dell’applicazione dell’IVA, il concetto di territorialità; infatti al fine di determinare la tassazione occorre fare riferimento ai soggetti che intervengono nell’operazione e alla committenza, viene pertanto superato il criterio collegato al luogo di effettivo svolgimento della prestazione. A decorrere dal 1° gennaio 2010, le prestazioni di servizi cosiddette generiche, per le quali, cioè, non sono previste specifiche deroghe ai criteri di territorialità, rese a soggetti passivi (comunemente detti rapporti Business to Business o B2B) si considerano territorialmente rilevanti nel territorio dello Stato se rese a soggetti passivi stabiliti in Italia (c.d. criterio del luogo del committente previsto dall’art. 44  Direttiva IVA).

Di contro, i servizi generici prestati a persone fisiche o resi a soggetti passivi per il proprio uso personale o per quello dei propri dipendenti (comunemente detti rapporti Business to Consumer o B2C), continuano ad essere assoggettati ad imposizione nel territorio dello Stato se forniti da soggetti passivi stabiliti in Italia (c.d. criterio del luogo del prestatore previsto dall’art. 45  Direttiva IVA).

Le prestazioni di servizio intracomunitarie si considerano effettuate all'atto dell'ultimazione del servizio o, se precedente, al pagamento del corrispettivo/emissione della fattura; le prestazioni effettuate in modo continuativo nell'arco di un periodo superiore ad un anno, e che non comportano versamenti di acconti o pagamenti anche parziali nel medesimo periodo, si considerano effettuate al termine di ciascun anno solare fino alla conclusione delle prestazioni medesime.

Il prestatore/cedente nazionale ha l'onere di verificare l'esattezza del numero d'identificazione IVA e dei dati comunicati dalla sua controparte, tramite consultazione della banca dati Vies: per fa ciò è possibile accedere al sito dell'Agenzia delle entrate e, tra i servizi offerti senza registrazione, scegliere la verifica delle partite Iva comunitarie. La fattura emessa dal prestatore nazionale di un servizio c.d. generico, dovrà essere emessa senza applicazione dell'imposta ai sensi dell'art. 7-ter del DPR 633/1972.

Esistono infine alcuni servizi c.d. in deroga, per i quali occorre applicare l'IVA del Paese nel quale la prestazione viene svolta, ai sensi dell'art. 7-quater del DPR 633/1972 (ad esempio prestazioni di servizio relativi a beni immobili, servizi di ristorazione, fornitura di alloggi nel settore alberghiero, etc.).


PARAGRAFO 3

Gli elenchi INTRASTAT

Se si effettuano operazioni con i Paesi dell’Unione Europea si ha l’obbligo di presentare, con trasmissione telematica, agli uffici dell’Agenzia delle Dogane gli elenchi riepilogativi (modelli INTRASTAT) con riferimento sia alle cessioni e agli acquisti intracomunitari, sia alle prestazioni di servizi rese o ricevute in ambito comunitario.

Chi effettua operazioni con i Paesi dell’Unione Europea ha l’obbligo di presentare, con trasmissione telematica,  agli uffici dell’Agenzia delle Dogane gli elenchi riepilogativi (modelli INTRASTAT) con riferimento sia alle cessioni e agli acquisti intracomunitari, che alle prestazioni di servizi rese o ricevute in ambito comunitario.

È necessario prestare particolare attenzione al fatto che la Direttiva Comunitaria 2008/8/CE ha modificato il luogo di imposizione delle prestazioni di servizi mentre la Direttiva 2008/117/CE ha stabilito l’obbligo generalizzato di comunicare attraverso la presentazione dei modelli INTRASTAT tutte le prestazioni di servizi effettuate o ricevute in ambito comunitario.

Pertanto, gli elenchi riepilogativi, dovranno essere presentati anche dai soggetti passivi che, ad esempio, ricevono prestazioni di servizi comunitarie per le quali l’IVA sia dovuta dal committente stabilito in altro Paese UE (come l’impresa italiana che si avvale delle prestazioni di un avvocato francese).

Le fatture emesse prima della spedizione, o consegna, delle merci non devono essere indicate negli elenchi relativi al periodo di riferimento in cui la fattura è stata registrata nei libri IVA, ma in quelli riguardanti il periodo in cui le merci sono state effettivamente trasportate o spedite.

Gli elenchi INTRASTAT contengono anche la richiesta di informazioni di natura statistica, utilizzate dall'’ISTAT per studiare gli scambi tra paesi UE.

In sostanza gli elenchi INTRASTAT sono di due tipi:

Modello INTRA-1 relativo alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi resi in ambito comunitario, composto da:

-          un frontespizio – modello INTRA-1;

-          il riepilogo delle cessioni di beni intracomunitarie – modello INTRA-1 Bis;

-          il riepilogo per le rettifiche a cessioni di beni di precedenti periodi – modello INTRA-1 Ter;

-          il riepilogo dei servizi intracomunitari resi – modello INTRA-1 Quater;

-          il riepilogo per le rettifiche a servizi resi di periodi precedenti – modello INTRA-1 Quinquies;

 Modello INTRA-2 relativo agli acquisti intracomunitari e ai servizi ricevuti in ambito comunitario, composto da:

-          un frontespizio – modello INTRA-2;

-          il riepilogo degli acquisti di beni intracomunitari – modello INTRA-2 Bis;

-          il riepilogo per le rettifiche agli acquisti di beni di precedenti periodi – modello INTRA-2 Ter;

-          il riepilogo dei servizi intracomunitari ricevuti – modello INTRA-2 Quater;

-          il riepilogo per le rettifiche a servizi ricevuti di periodi precedenti – modello INTRA-2 Quinquies.

I modelli INTRASTAT devono essere presentati esclusivamente per via telematica, entro il giorno 25 del mese successivo al periodo (mensile o trimestrale) di riferimento.

Il periodo di riferimento per la presentazione dei modelli varia a seconda dell’ammontare delle cessioni e dei servizi resi e degli acquisti e dei servizi ricevuti effettuati nei  quattro trimestri precedenti rispetto a quello di riferimento o che si presume di effettuare se si è nell’anno di inizio attività.

In particolare:

Sia in caso di cessioni (Modello INTRA 1) che in caso di acquisti (Modello INTRA 2):

-      la presentazione è trimestrale, se il volume degli scambi o dei servizi resi  non ha superato il valore di € 50.000 in nessuno dei  4 trimestri rispetto a quello di riferimento e dovrà avvenire entro il 25 del mese successivo alla scadenza del trimestre di riferimento

-      la presentazione è mensile, se il volume degli scambi o dei servizi resi è superiore a € 50.000 anche in uno solo dei 4 trimestri precedenti e dovrà avvenireentro il 25 del mese successivo a quello di riferimento.

In particolare per determinare la soglia (euro 50.000) e quindi verificare se l’adempimento è mensile o trimestrale, è necessario aver riguardo al mancato superamento del limite nei quattro trimestri che precedono quello interessato alla presentazione dei modelli sia con riferimento ai beni che ai servizi.

 Nel caso in cui le cessioni/acquisti (sia di beni che di servizi) non superino i 50.000 euro in nessuno dei quattro trimestri precedenti, è quindi possibile presentare gli elenchi trimestralmente (ad esempio cessioni di beni per 40.000 euro, cessione di servizi per 30.000 euro, l’operatore è trimestrale per Intra 1).

Si precisa inoltre che ai fini della verifica della periodicità della presentazione di ciascun elenco, il limite dei 50.000 euro si assume per ciascuna categoria di operazioni; perciò, ad esempio, il superamento della soglia per le cessioni di beni obbliga alla frequenza mensile anche per i servizi resi.

Il meccanismo di verifica dei limiti prevede il cambio di periodicità obbligatorio per quanti superano il valore soglia di euro 50.000 nel corso del trimestre, a partire dal mese successivo al superamento stesso; ciò  implica quindi la necessità di monitorare costantemente l’andamento delle operazioni intracomunitarie nel corso di periodi differenti. Volendo esemplificare, se la soglia di euro 50.000 è superata nel corso del 3° trimestre, ad esempio in agosto 2014, ciò significa che la nuova cadenza di presentazione mensile degli elenchi decorrerà dal mese di settembre 2014, con presentazione telematica entro il giorno 25 ottobre dei riepiloghi mensili sia di agosto che di settembre 2014. Adempimenti del tutto analoghi a quelli sopra descritti devono poi essere rispettati anche dagli operatori che effettuano acquisti o prestazioni di servizi intracomunitari e superano nel corso del trimestre la soglia dei 50.000 euro.

 

Periodicità cessioni e acquisti beni/servizi intracomunitari

Ammontare delle operazioni

Periodo

di riferimento

Termine

di presentazione

Da 0 a 50.000 euro nei 4 trimestri precedenti

Trimestrale

Telematico entro il 25 del mese successivo a ciascun trimestre di riferimento.

Oltre 50.000 euro in almeno uno dei quattro trimestri precedenti

 Mensile

Telematico entro il 25 del mese successivo a quello di riferimento

 

Riduzione del contenuto informativo del modello Intrastat dei servizi

Il Decreto Semplificazioni fiscali (art. 23 del D.Lgs. 175/2014) ha ridotto il contenuto informativo degli elenchi Intrastat dei servizi (resi e ricevuti), introducendo l'obbligo di comunicare le sole informazioni relative al numero di partita IVA della controparte, il valore totale della transazioni in euro, il codice identificativo del tipo di prestazione resa o ricevuta e il Paese di pagamento.

A tal proposito l'Agenzia delle dogane, con la determinazione prot. n. 18978/RU del 19 febbraio 2015, ha modificato le istruzioni alla compilazione degli elenchi riepilogativi Intrastat, chiarendo che le disposizioni contenute nell'art. 23 del D.Lgs. 175/2014 vengono attuate rendendo facoltativa, per gli elenchi con periodo di riferimento decorrente dal 01/01/2015, la compilazione dei campi numero e data fattura, modalità di erogazione del servizio e modalità d'incasso.

Ridefinizione del regime sanzionatorio per le violazioni relative ai modelli INTRASTAT

Il Decreto Semplificazioni fiscali (art. 25 del D.Lgs. 175/2014) ha modificato le sanzioni applicabili nei casi di omissione o inesattezza dei dati statistici contenuti negli elenchi riepilogativi degli scambi intracomunitari di beni (colonne da 1 a 4 del modello INTRA-1 bis, e da 1 a 5 del modello INTRA-2 bis), di importo da 207,00 a 2.066,00 euro (per le persone fisiche) e da 516,00 a 5.164,00 euro (per enti e società).
È stato, infatti, previsto che le stesse si applichino una sola volta per ogni elenco mensile inesatto o incompleto, a prescindere dal numero di transazioni mancanti o riportate in modo errato nell’elenco stesso, nei confronti esclusivamente delle imprese per le quali le violazioni commesse si configurino come omissione dell’obbligo di risposta, ai sensi degli artt. 7 e 11 del D.Lgs. 322/1989. Si tratta delle imprese tenute alle rilevazioni previste nel Programma statistico nazionale dell’ISTAT, inserite in uno specifico elenco pubblicato periodicamente. In particolare, in base all’allegato 3 di cui al D.P.R. 24 settembre 2015, riguardante il Programma statistico nazionale per il triennio 2014-2016 - Aggiornamento 2015-2016, le imprese in esame sono quelle che, nel mese di riferimento del modello INTRA-1 bis o INTRA-2 bis, hanno effettuato spedizioni o arrivi di beni per un ammontare pari o superiore a 750.000,00 euro.

Modello Intra-2 (acquisto di beni e servizi da UE): l'adempimento resta fino al 31 dicembre 2017

Il D.L. 193/2016, convertito dalla Legge 225 del 1° dicembre 2016, ha previsto la soppressione, a decorrere dal 1° gennaio 2017, degli elenchi riepilogativi Intrastat relativi agli acquisti intracomunitari di beni e alle prestazioni di servizi ricevute da soggetti stabiliti in un altro Stato membro dell'Unione europea, di cui all'articolo 50, comma 6, D.L. 331/1993. In seguito, con nota n. 244/RU del 10 gennaio 2017, l'Agenzia delle Dogane ha confermato che i contribuenti sono tenuti a presentare la comunicazione riferita all’ultimo mese/trimestre del 2016, in scadenza il 25 gennaio 2017.

Con un discusso e tardivo ripensamento, il legislatore ha successivamente deciso di rimandare la semplificazione disposta dal DL 193/2016, creando molta confusione tra gli operatori. Con la conversione in legge del Decreto Milleproroghe è stato infatti reintrodotto, fino al 31 dicembre 2017, l’obbligo di compilare gli elenchi riepilogativi Intrastat degli acquisti di beni e servizi (Modello INTRA-2), sia per i soggetti tenuti alla compilazione della sola parte fiscale che per i soggetti tenuti alla compilazione dei dati statistici. Pertanto, i contribuenti tenuti alla segnalazione dei dati con cadenza mensile si sono trovati a dover gestire la reintroduzione dell’adempimento a pochi giorni dalla scadenza per l’invio (prima scadenza utile fissata al 27 febbraio 2017). Sul punto il direttore dell’Agenzia delle entrate, in occasione di un incontro tenutosi il 19 febbraio 2017 sulla Legge di bilancio 2017, ha affermato che nessuna sanzione sarà irrogata in caso di invii tardivi dei dati, vista l’incertezza normativa che ha caratterizzato l’adempimento: è evidente che sarebbero opportuni chiarimenti ufficiali da parte dell’Amministrazione a tutela dei contribuenti.

Quale sarà il futuro del Modello Intrastat?

Il Decreto Milleproroghe convertito in legge ha previsto inoltre che, a decorrere dal 1° gennaio 2018, il modello Intrastat relativo alle prestazioni di servizi rese e ricevute da soggetti intracomunitari sarà abrogato. Inoltre, lo stesso decreto ha previsto che saranno introdotte alcune semplificazioni degli obblighi di comunicazione, volte a migliorare la completezza dei dati forniti e ad evitare la duplicazione delle informazioni richieste al contribuente, riducendo la platea dei destinatari dell’adempimento. Tali semplificazioni saranno regolate da un apposito provvedimento che dovrà essere emanato entro 90 giorni dell’entrata in vigore della legge di conversione del decreto Milleproroghe, con efficacia dal 1° gennaio 2018.

Semplificazioni con decorrenza dal 1° gennaio 2018

Con il Provvedimento n. 194409 del 25 settembre 2017 l'Agenzia delle entrate e l'Agenzia delle dogane hanno dato corso alle semplificazioni dei modelli Intrastat, prevedendo con decorrenza dal 1° gennaio 2018:

  • l'abolizione dei modelli INTRA trimestrali relativi agli acquisti di beni e servizi;
  • la presentazione dei dati statistici, relativamente agli acquisti di beni e servizi, solo per i soggetti mensili che effettuano per almeno uno dei quattro trimestri precedenti un ammontare trimestrale di acquisti uguale o superiore a 200.000 euro (per i beni - Modello INTRA-2 bis) o a 100.000 euro (per i servizi - Modello INTRA-2 quater);
  • innalzamento della soglia per i dati statistici anche per il modello INTRA-1 bis relativo alle cessioni di beni. La compilazione diventa opzionale per i soggetti che non superano i 100.000 euro di operazioni trimestrali;
  • i codici servizio (codici CPA) passano da 6 cifre a 5 cifre riducendo il numero dei codici di circa il 50%. La misura sarà accompagnata in seguito da un motore di ricerca degli stessi codici. 

Con la determinazione n. 13799 dell'8 febbraio 2018 le Dogane hanno infine pubblicato le istruzioni alla compilazione dei modelli Intrastat 2018, accogliendo le modifiche previste dal provvedimento n. 194409 del 25 settembre 2017.


PARAGRAFO 4

Le importazioni

Le merci che provengono da Paesi extra Unione Europea per essere immesse in consumo all’interno del territorio dell’Unione doganale europea devono essere importate.

Le merci che provengono da Paesi extra Unione Europea per essere immesse in consumo all’interno del territorio dell’Unione doganale europea devono essere importate.

Le regole che disciplinano le operazioni che vengono realizzate tra l’Unione Europea (UE) e i Paesi terzi sono stabilite, in modo uniforme, su tutto il territorio comunitario dai Regolamenti 2913/92/CEE (recante il “codice doganale Comunitario”) e 2454/93/CE (recante le disposizioni di attuazione del codice), sostituti – dal 1° maggio 2016 – dai Regolamenti 952/2013/UE (Codice doganale dell’Unione), 2446/2015/UE (Regolamento delegato) e 2447/2015/UE (Regolamento di esecuzione).

L’importazione di un bene comporta, da una parte, la presentazione della merce in dogana e dall’altra il pagamento dei diritti di confine e dell’imposta sul valore aggiunto. Si definiscono pertanto “importazioni” i beni introdotti in Italia, da qualunque soggetto (imprenditore, privato, professionista ecc...) e provenienti da Paesi o Territori extra Unione Europea. L’introduzione nel territorio nazionale di questi beni costituisce una operazione imponibile in Italia, secondo le regole applicabili alle operazioni imponibili interne; tali beni dopo essere stati importati vengono detti “nazionalizzati”.

Dal punto di vista operativo, in linea generale, l’operatore che intende importare un bene deve presentare alla dogana una dichiarazione su apposito modello denominato DAU (Documento Amministrativo Unico).

Al DAU di regola bisogna allegare:

  • la fattura commerciale (che indica la natura, la qualità e la quantità della merce che si vuole importare, nonché il corrispettivo dovuto dal compratore);
  • i documenti di trasporto;
  • le eventuali licenze, garanzie e autorizzazioni;
  • i documenti o i certificati speciali richiesti da apposite legislazioni.

    Dal punto di vista operativo, occorre:
  • presentare in dogana la dichiarazione doganale di importazione, unitamente alla documentazione relativa ai beni da importare;
  • pagare i diritti doganali, compresa l’IVA, in modo che sia rilasciata la bolletta doganale di importazione intestata al dichiarante;
  • pagare i diritti doganali, compresa l’IVA, in modo che sia rilasciata la bolletta doganale di importazione intestata al dichiarante;
  • annotare la bolletta doganale di importazione nel registro degli acquisti;
  • registrare la fattura emessa dal fornitore estero in contabilità generale;
  • annotare la fattura dello spedizioniere italiano nel registro degli acquisti e in contabilità generale. Normalmente, le spese di sdoganamento, che comprendono i dazi e l’IVA, vengono anticipate dallo spedizioniere in nome e per conto dell’importatore per essere successivamente riaddebitate a quest’ultimo, come voce esclusa dalla base imponibile, nella fattura relativa al trasporto, il cui corrispettivo è non imponibile IVA se è già stato assoggettato ad imposta in dogana.

Tra le operazioni che costituiscono importazioni si annoverano:

  • le operazioni di immissione in libera pratica,pratica, con sospensione del pagamento dell’IVA qualora i beni introdotti in Italia siano destinati ad essere trasferiti in altro Stato membro in esecuzione di una cessione intracomunitaria o di un trasferimento per esigenze della propria impresa, eventualmente dopo l’esecuzione di manipolazioni usuali;
  • le operazioni di perfezionamento attivo;
  • le operazioni di ammissione temporanea su suolo nazionale, di beni indicati nel codice doganale dell'Unione, destinati ad essere riesportati senza aver subito alcuna modifica;
  • le operazioni di reimportazione di beni a scarico di un'esportazione temporanea di merci comunitarie;
  • le operazioni di immissione in consumo dei beni provenienti da Monte Athos, dalle Isole Canarie e dai Dipartimenti francesi d'oltremare;
  • le operazioni di reintroduzione di beni esportati in precedenza fuori dall'Unione Europea.

Non sono, tuttavia, soggette ad imposta, tra le altre:

  • le importazioni di beni da parte degli esportatori abituali. Dal 25 maggio 2015, gli operatori sono dispensati dalla consegna in dogana della copia cartacea della dichiarazione d’intento e della relativa ricevuta di presentazione ed è consentito l’utilizzo della dichiarazione d’intento valida per più operazioni doganali;
  • le importazioni di navi e aeromobili, nonché di apparati motori e loro componenti e parti di ricambio e dotazione di bordo;
  • le importazioni di campioni gratuiti di modico valore, appositamente contrassegnati;
  • ogni altra importazione definitiva di beni la cui cessione è esente da imposta o non vi è soggetta;
  • la reintroduzione di beni nello stato originario, da parte dello stesso soggetto che li aveva esportati, sempreché ricorrano le condizioni per la “franchigia doganale”;
  • le importazioni di beni donati ad enti pubblici ovvero ad associazioni riconosciute o fondazioni aventi esclusivamente finalità di assistenza, beneficenza, educazione, istruzione, studio o ricerca scientifica, nonché le importazioni di beni donati a favore delle popolazioni colpite da calamità naturali o catastrofi;
  • le importazioni di specifichi prodotti alimentari (es. paste alimentari, pane e latte fresco);
  • le importazioni di gas mediante sistemi di gas naturale e le importazioni di energia elettrica mediante sistemi di energia elettrica.

PARAGRAFO 5

Le esportazioni

Il certificato d’origine delle merci è il documento che consente all’esportatore di ottenere l’applicazione di alcuni regimi tariffari preferenziali in relazione ad accordi stipulati dall’Unione Europea con i singoli Paesi terzi.

Le cessioni all'esportazione sono non imponibili in Italia ai sensi dell'art. 8 del DPR 633/1972; tali operazioni di esportazione di beni fuori dal territorio comunitario, possono essere così distinte:

  1. esportazioni dirette;
  2. esportazioni improprie;
  3. esportazioni indirette.

Si ha esportazione diretta quando un operatore soggetto passivo d'imposta identificato in Italia, provvede a trasportare o spedire fuori dal territorio dell’Unione Europea i beni ceduti al proprio cliente extra-Ue, utilizzando mezzi propri o incaricando un terzo del trasporto: in tal caso, l'esportazione verrà dichiarata in dogana a nome del soggetto passivo italiano.

L'esportazione diretta, disciplinata all'art. 8, 1° comma, lett. a), del DPR 633/1972, richiede la presenza delle seguenti condizioni:

  • prova dell'uscita dei beni dal territorio comunitario (MRN - Movement Reference Number);
  • il trasferimento della proprietà dei beni (non necessariamente a titolo oneroso);
  • il trasporto o la spedizione dei beni a cura o a nome dei cedenti;

Per effettuare un'esportazione definitiva l’operatore nazionale deve presentare alla dogana di partenza e alla dogana di destinazione una serie di documenti contenenti specifiche informazioni sulle merci, sul mittente e sul destinatario delle stesse. Il contenuto e la tipologia dei documenti da produrre varia da Paese a Paese e da prodotto a prodotto.

Fattura commerciale

Deve contenere il destinatario, la data di emissione e il numero progressivo, la descrizione della merce, l’esatta voce di tariffa, il valore delle merci, il numero dei colli, la massa netta, il peso lordo, il porto di destinazione. In relazione al valore dato in dogana, il prezzo effettivo di transazione deve essere distinto da eventuali spese aggiuntive estranee alla merce quali spese di trasporto, spese di assicurazione, diritti pagati per eventuali concessioni, ecc...

La fattura è richiesta solitamente in 3 copie e nella lingua del Paese o in una lingua internazionale (ad esempio l’inglese o il francese), con l'annotazione della dicitura "non imponibile" e l'eventuale annotazione della relativa norma comunitaria o nazionale di riferimento.

Certificato d’origine

Il certificato d’origine delle merci è un documento che attesta l'origine delle merci destinate all’esportazione ed accompagna le merci esportate in via definitiva.

Documento di trasporto

Per la circolazione dei prodotti si richiedono i normali documenti di viaggio a seconda del mezzo di trasporto utilizzato (nave - polizza di carico, aereo – lettera di vettura aerea).

Documenti speciali

Con riferimento ad alcuni specifici prodotti, in relazione a determinati Stati, è necessaria la predisposizione o l’ottenimento di particolari documenti da parte di autorità nazionali o appartenenti ai Paesi terzi. In particolare, a titolo esemplificativo, molti Paesi richiedono un certificato sanitario per i prodotti alimentari.

Nel caso invece di operazioni di cessione di beni, con trasporto o spedizione fuori dal territorio intra-Ue a cura o a nome del cessionario non residente, siamo in presenza di una cosiddetta esportazione impropria, disciplinata dall'art. 8, comma 1, lettera b), del DPR 633/1972; in tale ipotesi l'esportazione viene dichiarata in dogana a nome del soggetto passivo non residente. In linea di principio il cedente italiano deve reperire la prova dell'avvenuta esportazione entro 90 giorni dalla consegna o spedizione dei beni al cessionario non residente. 

Allo spirare del suddetto termine, l’operatore nazionale dovrà attuare la procedura di regolarizzazione prevista dall'art. 7, comma 1, del DLgs. 471/1997, laddove non abbia la prova che i bene siano usciti dal territorio comunitario. Ne discende che il beneficio della non imponibilità è riconosciuto, una volta scaduto il termine di 90 giorni, se è possibile dimostrare l’avvenuta esportazione e, in questa ipotesi, è consentito il recupero dell’imposta corrisposta in sede di regolarizzazione attraverso l’emissione di una nota di variazione entro il termine per la presentazione della dichiarazione annuale relativa al secondo anno successivo a quello in cui è avvenuta l’esportazione, oppure attraverso la richiesta di rimborso entro il termine di due anni dal versamento o dal verificarsi del presupposto del rimborso. Laddove, invece, la merce risulti esportata oltre i 90 giorni ma, comunque, entro i 30 giorni previsti ai fini della regolarizzazione e si abbia prova dell’esportazione, il contribuente potrà esimersi dal versamento dell’imposta senza incorrere in alcuna violazione sanzionabile (risoluzione dell’Agenzia delle Entrate 10 novembre 2014, n. 98).

Si è in presenza di esportazioni indirette quando la consegna dei beni ceduti è effettuata in Italia a soggetti (cosiddetti esportatori abituali) che si avvalgono della facoltà di acquistare senza pagamento dell’imposta. Sono considerati esportatori abituali coloro che effettuano con frequenza operazioni di esportazione diretta, operazioni assimilate alle esportazioni, servizi internazionali o connessi agli scambi internazionali, operazioni connesse a trattati e accordi internazionali, operazioni con lo Stato della Città del Vaticano e con la Repubblica di San Marino e cessioni intracomunitarie. Gli esportatori abituali possono infatti acquistare beni e servizi senza dover corrispondere l’IVA nel limite delle suddette operazioni "non imponibili" effettuate nell’anno solare precedente (plafond fisso), o nei dodici mese precedenti (plafond mobile), entro un ammontare definito che costituisce il cosiddetto "plafond"; tale possibilità è concessa a coloro i quali nell’anno solare precedente o nei dodici mesi precedenti hanno registrato esportazioni e altre operazioni ad esse assimilate per un ammontare superiore al 10% del volume d’affari conseguito nello stesso periodo.

Per usufruire dell’agevolazione, i soggetti che si trovano nella condizione di esportatori abituali, devono inviare ai propri fornitori prima dell'effettuazione dell'operazione, una dichiarazione d’intento redatta su modello conforme a quello approvato con decreto ministeriale. 

Il nuovo modello della dichiarazione d'intento si compone di:

  • un frontespizio in cui indicare i dati del dichiarante, quelli del fornitore/dogana, nonché se la dichiarazione stessa ha valore per una singola operazione o per le operazioni che saranno effettuate in un determinato periodo (es. 6 mesi, tutto l’anno, ecc…) oppure per operazioni effettuate nell’anno fino a concorrenza di un determinato ammontare (es. operazioni effettuate fino ad euro 50.000);
  • il quadro A, in cui l'interessato indicherà il tipo di plafond (fisso o mobile) e le operazioni che concorrono alla sua formazione (tale quadro non deve essere obbligatoriamente trasmesso al fornitore).

La dichiarazione d’intento deve essere:

  • consegnata o inviata al fornitore/prestatore prima dell’effettuazione dell'operazione;
  • numerata progressivamente in riferimento all’anno solare;
  • annotata entro i 15 giorni successivi a quello di emissione nell’apposito registro (registro delle dichiarazioni d’intento), tenuto secondo quanto previsto dall'art. 39 del D.P.R. 633/1972.

I soggetti che ricevono le dichiarazioni d’intento devono emettere le fatture senza applicazione dell’IVA, riportando sul documento i seguenti elementi:

  • operazione non imponibile art. 8, 1° comma, lettera c del D.P.R. 633/72;
  • numero attribuito dal compratore e data della dichiarazione d’intento ricevuta;
  • numero assegnato alla dichiarazione d’intento ricevuta;
  • marca da bollo da euro 2,00 se trattasi di operazione superiore a euro 77,47.

Dichiarazioni d'intento: procedura in vigore fino al 31 dicembre 2014

La comunicazione, redatta su apposito modello, doveva essere necessariamente trasmessa dal fornitore dell'esportatore abituale in via telematica (direttamente dal contribuente o tramite intermediari abilitati), entro il termine di effettuazione della prima liquidazione periodica IVA, mensile o trimestrale, nella quale confluivano le operazioni realizzate senza applicazione dell’imposta. Per quanto sopra l’obbligo di comunicazione non decorreva quindi dalla data in cui la dichiarazione d’intento veniva ricevuta, ma dal momento in cui il soggetto (fornitore) poneva in essere operazioni senza applicazione dell’imposta. Quando l’operazione veniva posta in essere, la comunicazione doveva essere inviata entro il termine previsto per la liquidazione dell’IVA, riferita al mese o trimestre di effettuazione delle operazioni non imponibili; per quanto detto, ove il fornitore riceveva la dichiarazione d’intento, ma non avesse effettuato alcuna operazione senza applicazione dell’imposta ad essa riconducibile, non sussisteva alcun obbligo di comunicazione. 

Dichiarazioni d'intento: procedura in vigore dal 1° gennaio 2015

In data 27 novembre 2014 con GU n° 277 è stato pubblicato il decreto n° 175/2014 o "Decreto Semplificazioni", recante disposizioni in materia di semplificazione fiscale e dichiarazione dei redditi precompilata.

In particolare, l'art.20 apporta alcune modifiche all'art.1, comma 1, lettera c) del Decreto legge 746/1983, in materia di presentazione delle lettere d'intento da parte dell'esportatore abituale, di cui all'art.8, primo comma, lettera c) del DPR 633/1972.

A partire dalle operazioni senza applicazione d'imposta da effettuare dal 1°gennaio 2015, i soggetti di cui sopra sono tenuti a trasmettere telematicamente all'Agenzia delle entrate apposita dichiarazione (lettera d'intento). Copia di quest'ultima, unitamente alla ricevuta d'invio rilasciata dall'Agenzia, dovrà essere consegnata ai fornitori dei beni o prestatori di servizi, affinchè fatturino loro senza applicazione dell'IVA. Tale dichiarazione va presentata prima dell'effettuazione dell'operazione.

L'obbligo di informare l'Amministrazione, dunque, viene ribaltato sull'esportatore abituale che intende acquistare beni e servizi in sospensione d'imposta, mentre al fornitore o prestatore di servizi rimangono due obblighi da ottemperare:

  • controllare che il committente abbia trasmesso all'Agenzia la lettera d'intento tramite riscontro telematico (la ricezione della ricevuta non basta per liberarlo da eventuali sanzioni);
  • riepilogare nella Dichiarazione Iva annuale i dati contenuti nelle dichiarazioni d'intento ricevute.

Transitoriamente l'esportatore abituale ha dovuto presentare copia della dichiarazione e della ricevuta alla dogana, nel caso in cui avesse voluto effettuare delle importazioni senza applicazione dell'imposta nei primi mesi di avvio della nuova procedura. Nel rispetto delle disposizioni contenute nel Decreto Semplificazioni, l'Amministrazione finanziaria ha successivamente provveduto a mettere a disposizione dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli la banca dati delle dichiarazioni d'intento, onde evitare la consegna della dichiarazione cartacea in dogana ad opera dell'esportatore.

Con la nota 58510/RU del 20 maggio 2015, l'Agenzia delle dogane ha fornito le istruzioni alla compilazione della dichiarazione doganale per consentire agli esportatori abituale di effettuare importazioni senza dover presentare la copia cartacea della dichiarazione d'intento e la relativa ricevuta d'invio all'Agenzia delle entrate, così da semplificare la procedura. Inoltre, è stata ammessa la possibilità che una dichiarazione d’intento si riferisca ad una serie di operazioni doganali di importazione, fino a concorrenza di un determinato ammontare da utilizzarsi nell’anno di riferimento.

L'ultima modifica riguarda l'art.7, comma 4-bis del DLgs 471/1997, ossia la riformulazione delle sanzioni in materia.

Il cedente o prestatore che effettui cessioni di beni o prestazioni di servizi, di cui all'art.8, comma 1, lettera c) del DPR 633/1972, prima di aver ricevuto la dichiarazione d'intento da parte del cessionario o committente esportatore abituale e riscontrato telematicamente l'avvenuta presentazione all'Agenzia, è punito con la sanzione amministrativa dal cento al duecento per cento dell'imposta, oltre all'importo dell'IVA stessa dovuta sull'operazione. 

L’articolo 15, co.1, lett.g), del D.Lgs. n. 158 del 24 settembre 2015 ha modificato la suddetta sanzione, introducendo una sanzione in misura fissa: dal 1° gennaio 2016 la sanzione in capo al fornitore dell'esportatore abituale sarà fissa, da 250 euro a 2000 euro, qualora il fornitore effettui cessioni di beni o prestazioni di servizi senza addebito dell’imposta, prima di aver ricevuto dal cliente la dichiarazione di intento ed averne verificato l'avvenuta trasmissione all'Agenzia delle entrate.

Si ricorda inoltre che, a seguito delle richieste di semplificazione pervenute dagli operatori-utilizzatori del software gratuito delle dichiarazioni d'intento rilasciato dalle Entrate, in data 04/12/2015 l'Agenzia ha pubblicato un aggiornamento del software di compilazione, con il quale viene introdotta la possibilità di raggruppare più dichiarazioni d’intento dello stesso soggetto con un unico invio telematico e una nuova procedura di importazione dei dati anagrafici dal frontespizio delle dichiarazioni d’intento trasmesse in precedenza.

Da ultimo, si segnala una modifica al modello della dichiarazione d'intento: a seguito della pubblicazione del provvedimento del 2 dicembre 2016 dell'Agenzia delle entrate, le dichiarazioni d'intento riferite a operazioni di acquisto effettuate a partire dal 1° marzo 2017 non potranno più essere presentate a valere per un determinato periodo di riferimento. Pertanto, l'esportatore abituale potrà presentare la dichiarazione d'intento per singola operazione o fino a concorrenza di un determinato ammontare di operazioni.

 

 


PARAGRAFO 6

Le operazioni con paesi black-list

Con il termine Black-list è ormai usuale definire l’elenco dei cosiddetti "paradisi fiscali", vale a dire dei Paesi aventi un regime fiscale privilegiato con i quali non è consentito un adeguato scambio di informazioni con l'Amministrazione italiana.

La disciplina riguardante la deduzione dei costi sostenuti per le operazioni intercorse con imprese e professionisti residenti ovvero localizzati in Stati o territori a fiscalità privilegiata, c.d. Paesi black list, è contenuta nell’articolo 110, commi da 10 a 12-bis del Tuir. Negli ultimi anni è stata attuata una totale revisione della materia, iniziata con la Legge di Stabilità 2015 (comma 678) e terminata con la Legge di Stabilità 2016 (comma 142), passando per il decreto internazionalizzazione (art. 5, commi 1 e 4): si riepiloga l’evoluzione normativa della disciplina dei costi black list e le conseguenti implicazioni in termini di adempimenti e controlli.

Deducibilità dei costi black list fino al 31/12/2014

La disposizioni dell’articolo 110, comma 10 del Tuir, fino al 2014 prevedevano una presunzione di indeducibilità totale delle spese e degli altri componenti negativi di reddito derivanti da operazioni intercorse con fornitori black list e la separata indicazione di tali costi nella dichiarazione dei redditi. L’impresa residente poteva dedurre tali costi solo se era in grado di provare che l’impresa estera svolgeva prevalentemente un’attività commerciale effettiva (prima esimente), ovvero, che le operazioni poste in essere rispondevano ad un effettivo interesse economico (seconda esimente). Le due esimenti erano tra loro alternative e di difficile dimostrazione: l’impresa residente poteva fornirle in sede di controllo o in via preventiva, inoltrando all’Amministrazione finanziaria apposita istanza di interpello. La lista dei Paesi black list di riferimento era contenuta nel decreto ministeriale 23 gennaio 2002, stilata secondo un’analisi del livello di tassazione sensibilmente inferiore a quello applicato in Italia.

La portata di tale norma era estesa a tutti i rapporti commerciali posti in essere con imprese situate in Paesi e territori a regime fiscale privilegiato, prescindendo totalmente dall'esistenza di qualsiasi legame di controllo con le imprese italiane. Rientravano, pertanto, nella nozione di impresa estera anche le stabili organizzazioni in paradisi fiscali di società residenti nel territorio dello Stato, così come in Paesi o territori a fiscalità ordinaria (Circolare Agenzia delle Entrate 51/E/2010). L’indeducibilità prevista dalla disciplina in commento riguardava tutte le spese e gli altri componenti negativi di reddito in genere: si tratta quindi di un riferimento particolarmente ampio che estendeva l’ambito applicativo delle stessa a qualunque componente negativo di reddito derivante da transazioni commerciali poste in essere con fornitori black list. Si dovevano quindi considerare indeducibili gli ammortamenti, le svalutazioni, le perdite, le minusvalenze e ogni altro componente negativo derivante da operazioni intercorse con soggetti residenti nei cosiddetti “paradisi fiscali”.

Vale però la pena sottolineare come la Finanziaria 2007, nel confermare che le spese e gli altri componenti negativi in questione devono essere separatamente indicati nella dichiarazione dei redditi, ha provveduto ad abrogare il periodo in cui veniva previsto, che dalla mancata indicazione in dichiarazione discendeva l’indeducibilità dei costi, anche qualora fosse possibile provare l’esistenza delle due condizioni esimenti. In sostanza, con le modifiche apportate, l’omissione della separata indicazione in dichiarazione dei costi black list, non costituisce più automaticamente presupposto di indeducibilità se, comunque, il contribuente è in grado di provare almeno una delle condizioni stabilite espressamente dal legislatore.

Si ricorda inoltre che, il Decreto del Ministero delle Finanze del 27 luglio 2010 ha eliminato Cipro, Malta e Corea del sud dai paesi a fiscalità privilegiata, mentre con la pubblicazione sulla G.U del 24 febbraio 2014 del D.M. 12 febbraio 2014 anche la Repubblica di San Marino è stata esclusa dalla lista dei Paesi black list.

 Attività commerciale prevalente - I° esimente

In relazione alla prima delle due condizioni, il contribuente doveva provare che l’attività svolta dal soggetto estero fosse prevalentemente ed effettivamente commerciale. In altri termini, il contribuente doveva dimostrare che il fornitore estero svolgesse come sua attività principale, un’attività commerciale, avvalendosi di una struttura organizzativa idonea allo svolgimento della citata attività oppure alla sua autonoma preparazione e conclusione. Al fine di attestare l’effettivo svolgimento dell’attività commerciale da parte del soggetto domiciliato fiscalmente in Stati o territori extra-UE aventi regimi fiscali privilegiati, l’impresa residente in Italia doveva produrre diversi documenti relativi al fornitore non residente, quali:  il bilancio, i contratti di locazione degli immobili adibiti a sede degli uffici e dell’attività, la copia delle fatture e delle utenze elettriche e telefoniche relative agli uffici e agli altri immobili utilizzati, i contratti di lavoro dei dipendenti che indicano il luogo di prestazione dell’attività lavorativa, ecc...

 Interesse economico e concreta esecuzione delle operazioni - II° esimente

In alternativa alla causa di disapplicazione sopra descritta il contribuente poteva provare, con adeguata documentazione, che le operazioni poste in essere rispondevano ad un effettivo interesse economico e che le stesse avessero avuto concreta esecuzione. In sostanza, l’impresa residente doveva dimostrare l’insussistenza di un intento elusivo sottostante l’operazione, ovvero che l’operazione non fosse stata instaurata con il solo scopo di ottenere un risparmio fiscale mediante la deducibilità di componenti negativi generati da territori black list. Il contribuente era tenuto, pertanto, ad acquisire e conservare tutti i documenti utili per poter risalire alla logica economica sottesa alla scelta di instaurare rapporti commerciali con un fornitore residente in un paese a fiscalità privilegiata: l’entità del prezzo praticato, la qualità dei prodotti forniti, le condizioni di pagamento e la tempistica e puntualità della consegna.

L’effettività dell’operazione poteva così essere dimostrata esibendo la documentazione doganale di importazione ed ogni altro elemento di prova documentale imposto dalla normativa o dalla prassi di settore, il prezzo della transazione, la possibilità di acquisire il medesimo prodotto presso altri fornitori, l’esistenza di vincoli organizzativi/commerciali/produttivi che inducevano ad effettuare la transazione con il fornitore black-list o, comunque, che avrebbero reso eccessivamente onerosa la medesima transazione con altro fornitore. Con particolare riferimento al prezzo praticato dal fornitore black list è stato più volte affermato che la deducibilità dei costi in esame non potesse essere disconosciuta sulla base della mera circostanza che il prezzo dei beni e servizi acquistati fosse superiore a quello mediamente praticato sul mercato. In altri termini, un prezzo apparentemente anomalo poteva essere giustificato dalla valutazione delle altre condizioni che regolavano la transazione e, quindi, non pregiudicare la sussistenza dell’effettivo interesse economico all’operazione.

 

Deducibilità dei costi black list nel periodo d'imposta 2015

Il decreto internazionalizzazione (D.Lgs. 147/2015) con l’articolo 5, comma 1, ha apportato radicali novità alle previgenti regole fiscali di indeducibilità dei costi derivanti da transazioni con Paesi black list, riscrivendo il comma 10, dell’art. 110 del Tuir.

A decorrere dal periodo d’imposta 2015, la disciplina passa dall’indeducibilità totale dei costi black list (salvo verifica alternativa delle due esimenti) a una previsione di deducibilità dei costi black list nei limiti del loro valore normale, determinato ai sensi dell’articolo 9 del Tuir.

La nuova formulazione prevede, pertanto, la deducibilità dei costi black list fino a capienza del corrispondente valore normale del bene o del servizio acquistato, nel rispetto delle ordinarie regole di competenza, inerenza, certezza e oggettiva determinabilità del costo; l’onere di dimostrare la determinazione di tale valore normale, in sede di eventuale controllo, resta in capo al contribuente.

L’eventuale eccedenza del costo rispetto al valore normale potrà essere comunque dedotta dal reddito d’impresa qualora il contribuente sia in grado di dimostrare l’effettivo interesse economico dell’operazione. In altri termini, rispetto alla precedente disciplina viene confermata la seconda esimente, limitatamente alla parte eccedente il valore normale del bene, mentre viene eliminata la prima esimente. Resta ferma l’esposizione separata in dichiarazione dei redditi dei costi black list, anche nel caso in cui il costo dedotto dal reddito non superi il valore normale del bene (comma 11, articolo 110 Tuir).

Per quanto riguarda, invece, la lista dei Paesi considerati a fiscalità privilegiata ai fini della deduzione dei costi black list, la Legge di Stabilità 2015 (art. 1, comma 678) ha eliminato il criterio riferito ad un adeguato livello di tassazione introducendo un criterio riferito alla mancanza di un adeguato scambio di informazioni: a tal proposito, l’elenco dei Paesi black list è stato aggiornato eliminando i Paesi con i quali esistono basi giuridiche bilaterali  (convenzioni contro le doppie imposizioni) o multilaterali volte a garantire un adeguato scambio di informazioni.

Di seguito si riporta l'elenco dei Paesi Black List considerati a regime fiscale privilegiato, aggiornato con le modifiche apportate dal D.M. del 27 aprile 2015 e dal D.M. 18 novembre 2015 al D.M. del 23 gennaio 2002:

Andorra

Angola

Antigua

Bahamas

Bahrein

Barbados

Barbuda

Brunei

Dominica

Ecuador

Giamaica

Gibuti (ex Afar e Issas)

Grenada

Guatemala

Isole Cook

Isole Marshall

Isole Vergini statunitensi

Kenia

Kiribati (ex Isole Gilbert)

Libano

Liberia

Liechtenstein

Macao

Maldive

Monaco

Nauru

Niue

Nuova Caledonia

Oman

Panama

Polinesia francese

Portorico

Saint Kitts e Nevis

Salomone

Samoa

Saint Lucia

Saint Vincent e Grenadine

Sant’Elena

Sark (Isole del Canale)

Seychelles

Svizzera

Tonga

Tuvalu (ex Isole Ellice)

Uruguay

Vanuatu

 

La Circolare n. 39/E del 26 settembre 2016 ha chiarito che le modifiche apportate all’elenco black list hanno efficacia solo dal giorno dell'entrata in vigore del decreto di riferimento: pertanto, per il periodo d'imposta 2015, i Paesi sotto riportati sono da considerarsi inclusi nella disciplina dei costi black list fino al giorno antecedente all’entrata in vigore del rispettivo decreto abrogativo.

Pertanto, è opportuno tener presente che:

  • Il D.M. 27 aprile 2015 è stato pubblicato nella G.U. n. 107 dell’11 maggio 2015, eliminando dalla black list i seguenti Stati: Alderney (Isole del Canale), Anguilla, ex Antille Olandesi, Aruba, Belize, Bermuda, Costarica, Emirati Arabi Uniti, Filippine, Gibilterra, Guernsey (Isole del Canale), Herm (Isole del Canale), Isola di Man, Isole Cayman, Isole Turks e Caicos, Isole Vergini britanniche, Jersey (Isole del Canale), Malesia, Mauritius, Montserrat, Singapore.
  • Il D.M. 18 novembre 2015 è stato pubblicato nella G.U. n. 279 del 30 novembre 2015, eliminando anche Hong Kong dalla black list

Inoltre, occorre precisare che i decreti di cui sopra individuano tre diverse tipologie di Paesi:

  1. gli Stati o territori che sono sempre considerati avere un regime fiscale privilegiato
  2. gli Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, ma con esclusione di alcune tipologie di società ivi operanti (società che quindi non si considerano residenti in Stati o territori con regime fiscale privilegiato)
  3. gli Stati o territori che si considerano avere regime fiscale privilegiato, ma limitatamente ai soggetti ed alle attività per ciascuno di essi specificatamente indicati.

Per quanto riportato al punto 2) alcune tipologie di società, pur residenti in territori black list, non vengono interessate dalla normativa sui paesi a fiscalità privilegiata (elenco aggiornato con le modifiche apportate dal D.M. del 27 aprile 2015 all'articolo 2, del D.M. del 23 gennaio 2002).

  • Bahrein, vengono escluse le società che svolgono attività di esplorazione, estrazione e raffinazione nel settore petrolifero;
  • Monaco, con esclusione delle società che realizzano almeno il 25% del fatturato fuori dal Principato.

Per quanto riportato al punto 3), per alcuni paesi individuati negli elenchi delle black list, la normativa sui Paesi a fiscalità privilegiata riguarda unicamente soggetti ed attività ben definite, così ad esempio:

  • Angola, con riferimento alle società petrolifere che hanno ottenuto l'esenzione dall'Oil Income Tax, alle società che godono di esenzioni o riduzioni d'imposta in settori fondamentali dell'economia angolana e per gli investimenti previsti dal Foreign Investment Code;
  • Antiguacon riferimento alle international buniness companies, esercenti le loro attività al di fuori del territorio di Antigua, quali quelle di cui all'International Business Corporation Act, n. 28 del 1982 e successive modifiche e integrazioni, nonchè con riferimento alle società che producono prodotti autorizzati, quali quelli di cui alla locale legge n. 18 del 1975, e successive modifiche e integrazioni;
  • Dominica, con riferimento alle international companies esercenti l'attività all'estero;
  • Ecuador, con riferimento alle società operanti nelle Free Trade Zones che beneficiano dell'esenzione dalle imposte sui redditi;
  • Giamaica, con riferimento alle società di produzione per l'esportazione che usufruiscono dei benefici fiscali dell'Export Industry Encourage Act e alle società localizzate nei territori individuati dal Jamaica Export Free Zone Act;
  • Kenia, con riferimento alle società insediate nelle Export Processing Zones;
  • Panama, con riferimento alle società i cui proventi affluiscono da fonti estere, secondo la legislazione di Panama, alle società situate nella Colon Free Zone e alle società operanti nelle Export Processing Zone;
  • Portorico, con riferimento alle società esercenti attività bancarie ed alle società previste dal Puerto Rico Tax Incentives Act del 1988 o dal Puerto Rico Tourist Development Act del 1993;
  • Svizzera, con riferimento alle società non soggette alle imposte cantonali e municipali, quali le società holding, ausiliarie e "di domicilio";
  • Uruguay, con riferimento alle società esercenti attività bancarie e alle holding che esercitano esclusivamente attività off-shore.

 La compilazione del Modello UNICO

In ogni caso la deduzione dei componenti negativi, derivanti da operazioni intercorse tra imprese residenti ed imprese domiciliate fiscalmente in Stati o territori non appartenenti alla UE aventi regimi fiscali privilegiati, è subordinata alla separata indicazione, negli appositi righi del Modello UNICO, dei relativi costi dedotti. In sostanza, anche per il periodo d'imposta 2015, il soggetto residente ha l’onere di indicare separatamente detti costi nella dichiarazione dei redditi (Modello Unico 2016).

Deducibilità dei costi black list dal periodo d'imposta 2016 

Il co. 142, lett. b) della Legge 208/2015 (Stabilità 2016) ha riscritto il comma 4 dell'articolo 167 del TUIR, secondo il quale gli Stati a fiscalità privilegiata non saranno più individuati con un decreto ministeriale (DM 21 novembre 2001), ma con un criterio generale da valutare caso per caso: gli altri Stati si considerano a fiscalità privilegiata qualora il livello di tassazione nominale, anche se conseguente all'applicazione di regimi speciali, risulti inferiore al 50 per cento di quello applicabile in Italia.

Sono inoltre abrogate le disposizioni dei commi dal 10 al 12-bis dell’art. 110 del TUIR, che prevedevano la deducibilità limitata al valore normale per le spese e gli altri componenti negativi derivanti da operazioni intercorse con imprese residenti ovvero localizzate in Stati o territori aventi regimi fiscali privilegiati, salva la ricorrenza delle circostanze esimenti. Tali costi, pertanto, diventano equiparati a quelli riguardanti le operazioni interne con applicazione delle ordinarie regole previste dal Tuir.

Tali nuove disposizioni trovano applicazione a decorrere dal periodo d'imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015, prevedendo:

  • la deducibilità integrale dei costi black list, nel rispetto delle ordinarie regole di deducibilità disposte dal Tuir;
  • l’eliminazione dell’obbligo della separata indicazione in dichiarazione dei costi black list e l’inapplicabilità della relativa sanzione;
  • l’eliminazione degli elenchi tassativi degli Stati o territori a fiscalità privilegiata.

PARAGRAFO 7

La comunicazione Black List

L’adempimento in esame ha ad oggetto tutte le operazioni effettuate con operatori economici localizzati in Paesi black-list, siano esse soggette (imponibili, non imponibili, esenti) o non soggette ad imposta sul valore aggiunto (in quest’ultimo caso si ritiene che l’adempimento interessi le sole operazioni rispetto alle quali risulti carente il requisito territoriale di applicazione del tributo).

Oltre ad indicare nel Modello UNICO i costi relativi alle operazioni intraprese con paesi Black List, lart. 1 D. MEF 30 marzo 2010 ha previsto un obbligo periodico di comunicazione delle operazioni effettuate nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio negli Stati o territori a regime fiscale privilegiato.

Tutti i soggetti passivi IVA sono quindi chiamati a comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati relativi alle operazioni seguenti, effettuate nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio negli Stati o territori a fiscalità privilegiata:

a) cessioni di beni;

b) prestazioni di servizi rese;

c) acquisti di beni;

d) prestazioni di servizi ricevute.

L’obbligo di comunicazione non è previsto per i soggetti che si avvalgono del regime dei “contribuenti minimi”, in quanto l’adesione al regime semplificato di cui allart. 1, c. 96-116, L. 24 dicembre 2007, n. 244 comporta, sotto il profilo della semplificazione degli adempimenti IVA, l’esonero dalla registrazione delle fatture emesse, nonché dalla registrazione dei corrispettivi e degli acquisti. Allo stesso modo, sono esclusi dall’obbligo di comunicazione anche i soggetti che hanno optato per il regime fiscale agevolato per le nuove iniziative produttive di cui all’art. 13 L. 23 dicembre 2000, n. 388 e i soggetti che si avvalgono del nuovo regime forfetario.

L’adempimento in esame ha ad oggetto le operazioni registrate o soggette a registrazione, effettuate nei confronti di operatori economici localizzati in Paesi Black List, siano esse soggette (imponibili, non imponibili, esenti) o non soggette ad imposta sul valore aggiunto (in quest’ultimo caso si ritiene che l’adempimento interessi le sole operazioni rispetto alle quali risulti carente il requisito territoriale di applicazione del tributo).

Il momento rilevante per determinare il periodo in cui comprendere le operazioni da segnalare coincide, in generale, con la data di registrazione (nei registri IVA o nelle scritture contabili obbligatorie) delle operazioni realizzate con soggetti aventi sede, residenza o domicilio in Paesi a fiscalità privilegiata. Per le prestazioni di servizi rese non soggette ad IVA per carenza del requisito della territorialità il momento rilevante, ai fini della comunicazione, è quello della registrazione nelle scritture contabili obbligatorie o, in mancanza, quello del pagamento da parte dell’operatore economico.

Per determinare quali Paesi sono considerati a fiscalità privilegiata occorre far riferimento al D.M. 04/05/1999 e al D.M. 21/11/2001: tali elenchi vanno analizzati congiuntamente, senza tener conto della condizione soggettiva dell'operatore economico (non rilevano i limiti soggettivi e oggettivi previsti dagli artt. 2 e 3 del D.M. 21/11/2001). L'analisi congiunta delle liste comporta che sussiste l'obbligo della comunicazione anche quando un Paese è contemplato solo in uno dei due elenchi.

I D.M. 30/03/2015 e 18/11/2015 hanno eliminato Hong Kong, Singapore, Malaysia e Filippine dall'elenco previsto dal D.M. 21/11/2001, senza apportare modifiche al D.M. 04/05/1999: per questo motivo, tali Stati sono ancora inclusi nella comunicazione Black List in commento.

In merito invece alle transazioni intercorse dal 26/05/2015 con operatori di Angola, Giamaica, Kenya e Portorico, Paesi compresi solo nell'articolo 3 del D.M. 21/11/2001 (abrogato dal D.M. 30/03/2015), non inclusi nel D.M. 04/05/1999, si ritiene che la comunicazione non sia più necessaria.

Inoltre, sono esclusi dall'elenco Black List i seguenti Paesi: San Marino (D.M. 12/02/2014) e Lussemburgo (D.M. 16/12/2014), quest'ultimo per le sole operazioni effettuate dal 07/01/2015.

Si riporta l'elenco aggiornato dei Paesi Black List

Alderney

Andorra

Anguilla

Antigua

Antille Olandesi

Aruba

Bahamas

Bahrein

Barbados

Barbuda

Belize

Bermuda

Brunei

Costa Rica

Dominica

Ecuador

Emirati Arabi Uniti

Filippine

Gibilterra

Gibuti

Grenada

Guatemala

Guernsey

Herm

Hong Kong

Isola di Man

Isole Cayman

Isole Cook

Isole Marshall

Isole Turks e

Caicos

Isole Vergini Britanniche

Isole Vergini Statunitensi

Jersey

Kiribati

Libano

Liberia

Liechtenstein

Macao

Malaysia

Maldive

Mauritius

Monaco

Montserrat

Nauru

Niue

Nuova Caledonia

Oman

Panama

Polinesia francese

Saint Kitts e Nevis

Saint Lucia

Saint Vincent e Grenadine

Salomone

Samoa

Sant'Elena

Sark

Seychelles

Singapore

Svizzera

Taiwan

Tonga

Tuvalu

Uruguay

Vanuatu

 

Tale adempimento ha subito diverse modifiche dalla sua introduzione ad oggi, riguardanti sia il modello utilizzato per la comunicazione dei dati che le scadenze di riferimento: in origine, il modello di comunicazione doveva essere  presentato all’Agenzia delle Entrate per via telematica entro l’ultimo giorno del mese successivo al periodo di riferimento, ossia:

  • con cadenza trimestrale, per i soggetti che realizzavano, nei quattro trimestri precedenti e per ciascuna categoria di operazioni, un ammontare totale trimestrale non superiore a 50.000 euro;
  • con cadenza mensile, per i soggetti che non si trovavano nelle condizioni di cui sopra.

In ogni caso, i soggetti che presentavano una comunicazione con periodicità trimestrale e che, nel corso di un trimestre, superavano la soglia di cui sopra, dovevano presentare la comunicazione con periodicità mensile a partire dal mese successivo a quello in cui tale soglia veniva superata. Il superamento della soglia per una singola categoria di operazioni determinava l’obbligo di presentazione mensile per l’intero elenco di operazioni; in altri termini, le singole categorie di operazioni non si sommavano tra loro, ma venivano considerate singolarmente ai fini della determinazione del raggiungimento della soglia.

Con il D.L.16/2012 è stata inoltre introdotta una prima semplificazione volta ad alleggerire gli adempimenti fiscali delle imprese nei casi in cui le operazioni svolte con paesi Black List fossero sporadiche e di modico valore. In particolare è stato introdotto un limite d’importo, pari ad euro 500 per ogni operazione effettuata, al di sotto del quale le operazioni effettuate con operatori stabiliti in Paesi a fiscalità agevolata non dovevano essere segnalate.

In origine l'adempimento richiedeva la compilazione del modello di Comunicazione Black list, da presentare secondo le periodicità sopra ricordate, nel quale venivano richiesti diversi elementi informativi (codice fiscale e partita IVA del soggetto passivo tenuto alla comunicazione, dati della controparte dell'operazione, periodo di riferimento della comunicazione, etc.). Con il Provvedimento del 2 agosto 2013, l'Agenzia delle entrate ha rinnovato il modello da utilizzare per la trasmissione dei dati: dal 2014, il modello da utilizzare per comunicare le operazioni effettuate nei confronti di soggetti avente sede, residenza, domicilio in un Paese a fiscalità privilegiata, diventa il quadro BL della Comunicazione Polivalente (c.d. spesometro), ereditando da quest'ultimo anche le scadenze per la trasmissione telematica dei dati (10 aprile se la liquidazione IVA del contribuente è mensile, 20 aprile negli altri casi). 

Nel quadro BL occorre esporre un minor numero di informazioni rispetto al modello preesistente, tra le quali ricordiamo:

  • BL001 - dati anagrafici (se persona fisica) o denominazione, Stato e indirizzo estero (se persona giuridica) per ciascuna controparte dell'operazione;
  • BL002 - codice identificativo IVA della controparte (campo non obbligatorio, considerando che alcuni Paesi potrebbero non avere questo dato);
  • importo complessivo delle operazioni effettuate nell'anno nei confronti della controparte, distinte tra operazioni attive (da BL003 a BL005) e operazioni passive (da BL006 a BL008), incluse le relative note di variazione;
  • le cessioni di beni devono essere indicate separatamente dalle prestazioni di servizi per le sole operazioni attive non soggette IVA. 

Le novità del Decreto Semplificazioni 

L’art. 21 del decreto Semplificazioni (DLgs 175/2014) ha modificato l’art.1 del Decreto Legge n. 40 del 25 marzo 2010, con il quale, per contrastare l’evasione fiscale attuata per mezzo delle cosiddette frodi carosello e società cartiere, venne introdotta la comunicazione delle operazioni intercorse con operatori economici avente sede, residenza o domicilio in Paesi a fiscalità privilegiata (c.d. Black List).

L’articolo in commento ha introdotto le seguenti novità:

  • sostituisce il precedente termine di invio fissato con cadenza mensile o trimestrale (disposto dall'art. 2 del DM del 30/03/2010) con un termine più ampio, introducendo una scadenza unica e annuale della comunicazione Black List;
  • interviene sulla soglia al di sotto della quale si è esonerati dalla presentazione della comunicazione, alzando l’asticella da 500 euro per operazione (soglia introdotta dall’art. 2, comma 8, D.L. 16/2012), a 10.000 euro, da riferire all’ammontare complessivo annuale delle operazioni.

Il testo del D.Lgs 175/2014 prevedeva l'introduzione delle novità dell'art. 21 con riferimento alle operazioni poste in essere nell'anno solare in corso alla data di entrata in vigore del provvedimento (13/12/2014), ossia con decorrenza dal 1' gennaio 2014.

Una tale formulazione retroattiva della norma creò qualche perplessità iniziale circa il termine di trasmissione delle comunicazioni “pendenti” mensili o trimestrali di fine anno e, soprattutto, instillò dubbi sul trattamento delle violazioni eventualmente già commesse dai contribuenti, per dati trasmessi incompleti o mancanti nelle comunicazioni relative ai primi periodi del 2014 per le quali, seguendo la normativa previgente erano previste delle sanzioni ma, secondo la nuova disposizione, erano da ricomprendere nel monitoraggio con cadenza annuale.

Il Comunicato stampa 19 dicembre 2014 dell'Agenzia delle entrate chiarì che, fino al 31 dicembre 2014, i contribuenti potevano continuare ad adottare la previgente prassi in materia, ossia effettuare la comunicazione con periodicità mensile o trimestrale, fermo restando la validità delle comunicazioni trasmesse secondo le nuove disposizioni. 

Inoltre, con la Circolare n.31/E del 30 dicembre 2014, l’Agenzia delle entrate ha fornito un ulteriore serie di chiarimenti in merito alle novità introdotte dal D.Lgs 175/2014: in particolare, al punto 12 tale documento di prassi chiarisce che il nuovo limite di esclusione dalla comunicazione Black List, di ammontare pari a 10.000 euro, si riferisce all’importo totale annuo delle cessioni di beni e prestazioni di servizi ricevute ed effettuate nei confronti di operatori economici residenti nei Paesi Black List.

La stessa Circolare ha ribadito inoltre la decorrenza delle nuove regole: come anticipato nel comunicato stampa del 19 dicembre 2014, le semplificazioni introdotte dall’art. 21 del D.Lgs 175/2014 sono entrate in vigore retroattivamente dal 1° gennaio 2014, creando un periodo di monitoraggio riferito agli ultimi mesi dell’anno che ricade nel passaggio tra vecchie regole (invio trimestrale/mensile) e nuove (invio annuale). A tal proposito, l’Agenzia delle entrate ha concesso la possibilità d’invio della comunicazione per l’ultima parte dell’anno, nel rispetto della precedente formulazione, lasciando al contribuente la discrezionalità della scelta: pertanto, entrambe le modalità di invio sono state ritenute valide. D'altro canto, la soglia di esclusione applicata dal contribuente per la comunicazione relativa all’ultimo trimestre/mese del 2014, doveva essere coerente alla disciplina seguita.

Nella medesima direzione verte anche l’ultima precisazione circa l’aspetto sanzionatorio: eventuali violazioni commesse in vigenza della normativa preesistente, non punibili secondo quanto disciplinato della nuova norma, non saranno sanzionate nel rispetto dell’art. 3, comma 3, del D.Lgs 18 dicembre 1997, n. 472 (principio di legalità), salvo i casi in cui il provvedimento di irrogazione della sanzione fosse già stato reso definitivo.

Infine, con il provvedimento Prot. 45144/2016 del 25 marzo 2016, l'Agenzia delle entrate ha prorogato la scadenza dell'invio della comunicazione annuale Black List (compilazione e trasmissione del quadro BL dello spesometro), per le operazioni riferite all'anno 2015: la scadenza, a regime coincidente con la scadenza dello spesometro (10 aprile dell'anno successivo al periodo di riferimento per i soggetti con liquidazione IVA mensile oppure 20 aprile per gli altri), è stata prorogata al 20 settembre 2016 per consentire ai contribuenti di transitare più agevolmente alla nuova modalità di comunicazione su base annuale.

Con la conversione del D.L. 193/2016, sono state apportate diverse novità in materia di semplificazione fiscale, oltre all'introduzione di alcuni nuovi adempimenti (si pensi allo spesometro con cadenza trimestrale): in tale contesto è stata abrogata, con decorrenza dal periodo d'imposta 2016, la comunicazione delle operazioni intercorse con operatori economici avente sede, residenza o domicilio in Paesi Black List.


Stampato il 17/06/2019 alle 18.50
http://guide.directio.it/guide-interattive/guida-adempimenti-pmi/indice/adempimenti-periodici/09-operazioni-con-estero.aspx